Antão, se calhar…não rolha

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sabato, 01 novembre 2008

A teatro

parque mayer1
Tutte le volte che apro qualche libro o qualche sito portoghese, sono vittima di una sorta di richiamo profondo, sommerso in una serie di reazioni viscerali che mi fanno trasalire. La terra sembra mancare sotto i miei piedi e lo stomaco percepisce la forza di gravità trascinarlo verso il basso. Una certa inquietudine si fa strada nei miei pensieri. Una futura fuga da questo mondo per l'altro è ormai uno dei pensieri più ricorrenti. Ricercare quello che si è lasciati alle spalle, in un altro luogo, quello presente, è un'impresa ardua. Per questo me ne torno con i ricordi e li protraggo nel futuro, congiungendo con una sottile linea la memoria del passato alle aspettative di un futuro, non posso dirla rettilinea, gli scostamenti, infatti, sono all'ordine del giorno. Vi ritorno con il pensiero e le immagini si fanno chiare e tornano a vivere.

Mi incammino lungo Avenida de Libertade, fra gli alti alberi che popolano il lungo e ampio viale. Potrei fumarmi una sigaretta in Praça de Alegria oppure fare un salto al Parque Mayer, nella zona dei vecchi teatri.  Ormai abbandonati a loro stessi, il teatro Maria Vitória, il Variedades, l'ABC e il Capitólio. Ci sono ancora porte colorate, c'è quella casetta rosa con un terrazzo dalle balaustre bianche. Su di un muro che porta cocci di bottiglia all'estremità c'è la scritta Guarda Roupa e una freccia che indica una porta. Da qualche parte c'era anche l'entrata riservata agli artisti. Un mio amico si era fatto immortalare in una foto dicendo che era come una piccola premonizione. Ci teneva a fare quella foto, diventare attore di teatro era comunque uno dei suoi sogni, sogno che all'inizio avevamo condiviso, ma le strade si erano poi  separate e di conseguenza gli interessi. Salgo per la scala dove si vedono delle grosse felci e dei muriccioli giallo canarino, e mi ritrovo in uno spiazzo con molti alberi e una casa in rovina. Si vedono ancora le scale che non conducono ad alcun piano superiore. Le travi sono marce, delle porte che un tempo portavano nel telaio i vetri, non è rimasto nient'altro che lo scheletro. Il pavimento divelto dove l'erba era cresciuta, la natura si riprende i suoi spazi. Il soffitto era ormai crollato da anni, sostituito dal cielo di Lisbona. Quel giorno era grigio, non vi era alcun azzurro e la luce era smorzata da una fresca aria. La prima volta che mi ero imbattuto in questo posto, ero stato costretto a rinunciare alla perlustrazione del luogo, un insolito dolore intestinale mi aveva colto obbligandomi a correre ai ripari. Una strada scende dalle rovine di quella che poteva essere stata una garsonierre o una trattoria e si ricongiunge al piazzale principale, passando accanto a case abbandonate da uomini e abitate da gatti. 

parque mayer2
postato da: AntaoSacarolhas alle ore 12:11 | link | commenti (2)
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giovedì, 04 settembre 2008

Dez. A mesa dos chatos

- Olá tudo bem consigo?  - Perguntou um homenzinho sentado enfrente de um jovem a um homem que aí estava a passar.
- Mais ou menos – disse com ar tristonho o homen
- Então? Ficas aqui. Eu sou triste, ele é triste e tu também. Portanto, ficas aqui. Que aconteceu com as guitarradas, lembras? O que tu fizeste? Interpelou o homen, que era um pintor, ao homen que era um tocador.
- Fiz uma parvoíce, mas claro que foi ele à bater-me. Ele deu-me um soco na cara. Não faz sentido nenhum, eu já estive a tocar aí mais vezes. – Disse o tocador com o seu perceptível sotaque chinês.
- Aquele burro sabe só fazer isso! - Respondeu com desdém o pintor que olhava para ele para pretender a reparação do torto. Uma cervejinha tem que oferecer-me
- E ele? – voltou-se o chines ao rapaz. -  E tu que estas a fazer aqui? Lembro da tua cara? − Perguntou o tocador ao companheiro da mesa sentado a sua esquerda. - Ele? Ele é um químico, eu já pedia-lhe criar um ácido para ficar feliz na vida. Esquecer as dores, as dores das costas, da vida, do amor. – Deu resposta o pintor sem deixar o tempo tal ao rapaz para responder por si mesmo.
- Sim, é verdade, agora tenho que trabalhar muito nisso. Não é assim fácil como parece, tu tens que conhecer os efeitos das moléculas e conhecer também o objectivo da terapia…
− Interessante. Mas o teu papel aqui? – perguntou-lhe o tocador
− Um empregado qualquer da mesa quaisquer. -  Respondeu-lhe o empregado da mesa.

A mesa do chatos
- Salve, va tutto bene? - domandò un ometto, seduto di fronte ad un ragazzo, ad un giovane che lì stava passando.
- Più o meno - fermandosi, rispose con aria triste l'uomo.
- Allora? Resta qui. Io sono triste, lui è triste e tu anche. Quindi, resta qui. Che accadde con le chitarrate, ricordi? Che facesti? - interpellò l'uomo che era un pittore all'uomo che era un suonatore.
- Feci una stupidata, ma è chiaro che fu lui a picchiarmi. Mi diede un pugno in viso. Non ha nessun senso, io già avevo suonato lì più volte. - disse il suonatore con il suo percettibile accento cinese.
- Quell'asino sa fare solo quello! - Rispose con sdegno il pittore che lo guardava pretendendo la riparazione del torto - Una birretta dovrai pur offrirmela.
- E lui - si rivolse il cinese al ragazzo - E tu che fai qui?Mi ricordo del tuo volto. - chiese il suonatore al compagno di tavolo seduto alla sua sinistra- - Lui? Lui è un chimico, già gli ho chiesto di creare un acido per essere felici nella vita. Dimenticare i dolori di schiena, i dolori della vita, dell'amore. - rispose il pittore senza lasciare il tempo al ragazzo per rispondere da sé.
- Sì, è vero, ancora devo lavorarci molto in questo. Non è così facile come sembra, devi conoscere gli effetti delle molecole e anche il bersaglio della terapia
- Interessante, ma la tua parte qui? - chiese il suonatore.
- Un cameriere qualunque di un tavolo qualsiasi - rispose il cameriere del tavolo.


postato da: AntaoSacarolhas alle ore 01:15 | link | commenti (2)
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nove mais um. dez

Chatos
do Lat.   plattu, aplainado < Gr.  platýs, largo
adj., liso; chão; raso; plano; acanhado; vulgar; trivial;
fam., importuno; impertinente;
s. m., piolho do corpo humano, principalmente do púbis.

Liso
do Germ.  lisi ou Gr.  lissós
adj., que tem a superfície plana; plano; macio; que não tem pregas nem ornatos;
fig., franco; sincero; lhano; leal;
Brasil,
diz-se dos animais cujo pêlo é avermelhado e fino;
gír.,
que não tem dinheiro; pronto.

chão
fem.   chã
do Lat.  planu, plano

s. m., terra chã; pequena propriedade em terras; solo, pavimento, soalho; fundo do brasão, etc. adj., plano, liso;
fig., que não tem enfeites, desadornado; simples;  lhano, franco; tranquilo.

Acanhado
adj., pouco desenvolvido; sem desembaraço; apertado; pouco generoso; envergonhado.

Vulgar
do Lat.   vulgare
adj. 2 gén.,  relativo ao vulgo; comum; frequente; usual; trivial; usado; ordinário; medíocre; notório; impressivo;
s. m., aquilo que é vulgar, que é conhecido de todos; língua vernácula;
v. tr.,divulgar; tornar conhecido do vulgo.
traduzir em -: traduzir de língua estrangeira para a língua nacional.

Trivial
do Lat.   triviale
adj. 2 gén., que é sabido de todos; comum; usual; vulgar; medíocre; banal; baixo;
s. m., o que é usual.

postato da: AntaoSacarolhas alle ore 00:58 | link | commenti
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martedì, 12 agosto 2008

Nove.Diccionarios do povo

dicionarioHo aperto a caso una pagina di un vecchio vocabolario di portoghese: Diccionarios do povo. L’ho comprato due settimane or sono alla Feira da Ladra, tre euro per un dizionario che risale al 1920. Non vale un granché, manca la data e questo conta parecchio, il suo valore si riduce.  Ora si trova sulla mia scrivania, aperto, forse con eccessiva imperizia vista la fragilità delle pagine. Ho trovato in questa pagina un piccolo tassello, grande come un coriandolo. Cerco di risalire alle sue origini, le poche parole che si possono leggere sono junc, jung, d ; girando il tassello posso leggere solo afug. La pagina dove ho trovato questo tassello ha una sua storia. Dovevo spiegare ad Arturo una caratteristica, prettamente umana, ma che poteva essere riconducibile ad una peculiarità di un animale: a raposa.  Ignoravo appunto come potesse chiamarsi la volpe in portoghese, dovetti ricorrere alla classica favola della volpe e dell’uva. Arturo capì quello che gli stavo chiedendo e rispose: − O adjectivo que tu queres saber è manhôsa: que tem mânha. E a mânha é a destreza, o geito e também é um defeito difficil de vencer. A raposa é portanto manhôsa
– Meglio trovare un altro dizionario, – suggerisce – questo è troppo vecchio, non contiene l’accordo ortografico del 1943: è un portoghese ancora più complesso ma interessante comunque.
Ora la situazione si fa leggermente diversa. Il nuovo accordo ortografico vorrebbe che il portoghese, il portoghese europeo si conformi al portoghese del Brasile, al portoghese delle colonie. Isso não faz sentido, é uma locura, uma parvoice. — O que? Temos que usar o idioma das colonias? Não quero. — Così mi rispose Arturo quando chiesi la sua opinione sul nuovo accordo ortografico. Pensandoci bene, è una cosa che non ha davvero senso. Il portoghese europeo è ben diverso dal portoghese brasiliano. Quando i brasiliani scrivono, sembra che la pigrizia si impadronisca di loro. Scrivono come parlano: óptimo diventa otimo, e così via...
I portoghesi hanno questa caratteristica: la lingua è tutto, almeno per qualcuno.
Una sera vicino al Ninho Dourado comparve um brasileiro: un uomo non molto alto, capelli lunghi mossi e unti, il volto abbronzato, sciupato e segnato da una vecchiaia precoce, un esserino sudicio e trasandato. Salutò Arturo e si presentò alla poca folla lì radunatasi: — Eu sou cabeleireiro no dia e cozinheiro na noite! — Arturo mi raccontò la  storia di quel barbiere di giorno e cuoco di notte, poi guardandolo, blaterò qualcosa tra i denti: — Aprende o português e depois falas, é melhor!
Aquele fala como um burro, não posso-lhe sofrer. Não existem aquelas palavras! Ele dá sempre muitos erros! [1]

[1] Apprendi il portoghese e poi parla, è meglio! Quello parla come un asino, non posso soffrirlo. Non esistono quelle parole! Lui commette sempre tanti errori!

mercoledì, 30 luglio 2008

Oito. Português

"A nossa lingua é branda para deleitar, grave para engrandecer, eficaz para mover, doce para pronunciar, breve para resolver − e acomodada às matérias mais importante da prática e escritura. Para falar, é engraçada como um modo senhoril; para cantar é suave, com um certo sentimento que favorece a música; para pregar é substanciosa, com uma gravidade que autoriza as razões e as sentenças; para escrever cartas, nem tem infinita cópia que dane, nem brevidade estéril que a limite; para história, nem é tão florida que se alongue, nem tão seca que busque o favor das alheias. "

Rodrigues Lobo
(Século XVII)

È l'epigrafe del "Compêndio de gramática portuguesa" di Irondino Teixeira De Aguilar e Augusto Reis  Gõis, edizione del 1968.
L'avevo recuperata in uno dei miei ultimi giorni a Lisbona, me l'avevano consigliato in tanti: comprane una, un'edizione prima della Rivoluzione del '74, quelle recenti non sono un granché.  Arturo mi diceva che durante la dittatura il portoghese, la grammatica erano materie eccellenti, da sapere a menadito, senza compromessi, senza errori, senza semplificazioni.
- Isso é bom para aprender o Português! - mi disse sfogliando le pagine del libro.
Allora non avevo ancora chiaro quale fosse il motivo che mi spingeva a studiare il portoghese, a desiderare di scrivere in portoghese, certo, poteva essere, per il futuro, un ottimo lavoro. Ma forse il vero motivo è un altro, quello precedentemente detto, forse, è solo un motivo secondario: una subordinata alla principale.
postato da: AntaoSacarolhas alle ore 18:32 | link | commenti (2)
categorie: português
lunedì, 28 luglio 2008

Sete. Trás-os-Montes e ao pé do monte

Francisco Goya - Il SabbaEra uma vez, na minha aldeia, que as cabras do meu pai, fizeram uma barulha incrível. Ainda não consigo perceber como eu deixasse o desejo de matar o cabritinho com as chifres e a cabrinha mais coitada mas bastante parva para ser agarrada e com força trazida no seu recinto. Eles tentaram, na maluqueira das suas cabeça, de fugir, mas é claro que eles não queriam ir-se embora para sempre, eles queria só comer as ervas do hortos e o milho do campo, agora só planta, mas é claro que o meu pai, podia dizer-me: Eu disse, tem coitado aos animais, dás eles para comer e para beber - Naquela altura quando este pensamento era actual, ainda não dei eles para beber, eles tiveram bastante água, aquele era o principal pensamento. Ma eles nunca falou-me da possibilidade que podia existir, o seja que o cabritinho e a cabritinha podia sair do seu recinto e saltar para o pomar com aquela graça que pertence a todas a criada - criada, o que? - Do deus - que palavra surreal! - Quer dizer e quer fazer ninguém pode adivinhar. Mas o meu pai podia dizer-me: São coisas que acontecem, não faz mal. Mas alguma vez a decisão do Pai são inconcebíveis, portanto também ele pode falhar. Já falhou muitas vezes. Consegui trazer todas as duas cabritinhas ao recinto, agora - quando o pensamento formou-se - eles têm para comer, para beber e para desaparecer da minha mente e também dos meus braços.
Apanhei a cabritinha para as patas anteriores e arrastei-a com o rabo para baixo. Era longe o percurso, eu olhava para ela e ela queria desatravancar-se da minha presa, ma não podia ganhar - somos diferentes, o ser humano é mais em cima da escadinha, alguma coisa o homem consegue fazer bem: domar a sua vítima - que nesse caso era eu: quem tive que deixar os seus trabalhos, o seu dia, para apanhar coisa em redor dum lugar, entre árvores, ortigas, lama, redes, recintos, poças? Faltava só jazigo, sempre queria ter tumulares no meu pomar - Apanhei outro para os chifres, ele teve mais força que outra na tentativa de livrar-se, ele opunha mais resistência e segurando o cabritinho para uma corna, abri a portinha do recinto e empurrei-o atrás das outras cabras. - Quem era a vítima?
A vítima podia ser também a cabritinha e o cabritinho que queriam libertar-se da sua condição de catividade, ou eu que, olhando bem, era só o guardião da sua catividade. Assim foi decidido: o homem da para comer e beber a cabras e depois a cabras ia para comer ao homem. Assim decidiu a natureza, o homem manda, a cabra vive, porque se o homem não queria ter a cabra, ela não podia existir antes e independente do ele, seria uma outra cabra, não aquela que saltou para o pomar aquele dia da minha vida, ou como aquela cabra que desapareceu, talvez foi algum ladrão, o aquela outra que morreu, envelhecendo e suspirando na casa que o Pai estava a construir para a sua família, quando a casa ainda estava em obras e o veterinário disse: não temos que fazer nada, esperamos que a natureza faça o seu curso.
Não é questão de superioridade, é uma questão do caminho, nos vamos para um destino, em diferentes sentidos, alguém ia ser cientista, outro poeta, outro o presidente da Câmara Municipal, aquela outra, uma linda mulher, uma actriz, uma deusa das orações, uma filósofa, uma doutora. O cérebro com o seu pensar, com o seu imaginar, sonha para olhar nos corações dos outros: quando nos vimos uma cabra morrer, não choramos e também eles não conseguem chorar quando um homem morre, são diferentes os sentidos das nossas vidas. Portanto podemos comê-los e eles não podem comer-nos. O que pensa - se pensa a cabra - é diferente desde que o homem pensa, o que a cabra sonha o homem não sonha. Uma cabra que normalmente vive num recinto não consegue viver numa cidadezinha com os carros que correm para as ruas, com as pessoas que passeiam, comem, falam, trabalham, jogam, desejam, sonham, beijam, sofrem e morrem. Tu consegues ver uma cabra saltar, beijar, dormir, mijar, defecar, beber nas fontes, comer as ervas do jardins, as plantas, as flores, as arvores? Agua e azeite não se mistura. Pois voltei ao meu trabalho, regressei as minhas ocupações ao meu pensamento, que agora esta escrito aqui. E ainda o Pai nunca apareceu.

José Francisco Caraça - Trás-os-Montes e ao pé do monte
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categorie: caraça
venerdì, 25 luglio 2008

Cinco mais um. Seis

Edgar Degas - O Bebedor de AbsintoAnda me a cabeça à roda, espalhada no cinco cantos do mundo. Queria escrever uma narração fastidiosa e extensa, uma lengalenga. Portanto agora tenho só que pensar nisso, talvez podia escrever a história de um carbúnculo o seja um tumor gangrenoso e inflamatório que é também um rubi de grande brilho, mas não é isso que quero contar.
Encrespas as sobrancelhas?

Eu conheci um rapaz, um brincalhão, que lia livros escritos pelo demónio. Gostava beber na noite e adormecer no dia, portanto ele não conseguia fazer nada se não passar o dia no ócio.
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categorie: absinto
mercoledì, 23 luglio 2008

Cinco. O Caldo da Pedra

Um frade andava ao peditório; chegou à porta de um lavrador, mas não lhe quiseram aí dar nada. O frade estava a cair com fome, e disse: − Vou ver se faço um caldinho de pedra. E pegou numa pedra do chão, sacudiu-lhe a terra e pôs-se a olhar para ela para ver se era boa para fazer um caldo. A gente da casa pôs-se a rir do frade e daquela lembrança. Diz o frade:
− Então nunca comeram caldo de pedra? Só lhes digo que é uma coisa muito boa.
Responderam-lhe:
− Sempre queremos ver isso.
Foi o que o frade quis ouvir. Depois de ter lavado a pedra, disse:
− Se me emprestassem aí um pucarinho.
Deram-lhe uma panela de barro. Ele encheu-a de água e deitou-lhe a pedra dentro.
− Agora se me deixassem estar a panelinha aí ao pé das brasas.
Deixaram. Assim que a panela começou a chiar, disse ele:
− Com um bocadinho de unto é que o caldo ficava de primor.
Foram-lhe buscar um pedaço de unto. Ferveu, ferveu, e a gente da casa pasmada para o que via. Diz o frade, provando o caldo:
− Está um bocadinho insosso; bem precisa de uma pedrinha de sal.
Também lhe deram o sal. Temperou, provou, e disse:
− Agora é que com uns olhinhos de couve ficava que os anjos o comeriam.
A dona da casa foi à horta e trouxe-lhe duas couves tenras. O frade limpou-as, e ripou-as com os dedos deitando as folhas na panela.
Quando os olhos já estavam aferventados disse o frade:
− Ai, um naquinho de chouriço é que lhe dava uma graça...
Trouxeram-lhe um pedaço de chouriço; ele botou-o à panela, e enquanto se cozia, tirou do alforge pão, e arranjou-se para comer com vagar. O caldo cheirava que era um regalo. Comeu e lambeu o beiço; depois de despejada a panela ficou a pedra no fundo; a gente da casa, que estava com os olhos nele, perguntou-lhe:
− Ó senhor frade, então a pedra?
Respondeu o frade:
−A pedra lavo-a e levo-a comigo para outra vez.
E assim comeu onde não lhe queriam dar nada.

por Teófilo Braga

Con quale sorpresa scopro che tale favoletta non è nient'altro che una delle tante fiabe che ero solito ascoltare da piccolo. Faceva parte di quella raccolta di favole raccontate in musicassette, i personaggi erano differenti: c'era un vagabondo che non era un frate, ma un semplice vagabondo e poi c'era una vecchia signora fin troppo parsimoniosa - era la prima volta che sentivo quella parola e ora non posso fare a meno di pensare alla zuppa di pietra - che incuriosita dall'insolita ricetta cedette le sue leccornie per preparare la famosa zuppa. Come in ogni favoletta tutti se ne andarono felici e contenti: il vagabondo a pancia piena e la vecchia donna con la pietra.
postato da: AntaoSacarolhas alle ore 11:15 | link | commenti
categorie: teofilo braga
sabato, 05 gennaio 2008

Quatro. A grande aposta contra deus dum aprendiz de ourives

“É só isso e só isso è posivel ganhar.

 Deus não existe, portanto a minha posta é contra o nada.”

 

Martírio das onze mil virgens. Uma cuspideira em prata das humanas entranhas, perversão do ser para encher uma gorda barriga em feio coração. A melhor comida num corpo feminino que vive, nua criatura ao respirar o sopro no seio da terra.
Deitada sobre o branco interior dum negro libelo. A Baixa e a sua luz, a nudez brilharem no dia que anoitece o instinto: possuir a feminina cidade no luar invernal.
Não são mentiras, são todas apostas que têm que fazer-se.
A grande aposta contra deus: conseguir do ser feliz.

postato da: AntaoSacarolhas alle ore 02:56 | link | commenti (1)
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lunedì, 10 dicembre 2007

Tres.

Ao lado de Fernando Pessoa
Uma estátua Brônzea

Brônzeo olhar espalhado no vazio

Na interpretação de todo

Para um inexistente sentido

 

Noites encheram o vinho

em poucos sorrisos

em poucos abraços

 

Só palavras fracas:

o que eu sou e

o que eu não sou

 

Na noite só brônzeos dedos

a bater o tempo na eternidade

a espera de uma palavra proferida

 

Um sò copo de vinho,

apesar do sorriso naufrago

no vasto oceano das palavras

 

desembocados sobre uma deserta

ilha, nunca conhecida, onde

terras e aguas afastam,

 

afogarmos no nada eterno

ignaros do ser escravo

e patrão no mesmo tempo.

postato da: AntaoSacarolhas alle ore 17:44 | link | commenti (7)
categorie: estátua brônzea